All’inizio ho giocato con la base e lo stelo, ma la tecnica imponeva vincoli e compromessi. E io odio i compromessi. Allora ho alzato lo sguardo. Letteralmente. E lì mi è tornata in mente una delle poche cose che davvero rispetto per il suo design: il cambio manuale della Mustang GT del ’70.
Un oggetto brutale e perfetto.
Un pezzo di metallo che ti fa sentire la strada in mano.
Un gesto deciso, una presa sicura. Nessuna incertezza.
Quel pomello è diventato la mia ossessione.
Il cambio trasmette l’idea della presa, del peso, della presenza fisica. Esattamente ciò che mancava nel mare di lampade da tavolo contemporanee: tutte progettate per essere guardate, nessuna pensata per essere sentita.
Ho iniziato a esplorare texture, zigrinature, materiali. Volevo che chi toccasse La Balorda la sentisse, che capisse di avere tra le mani qualcosa che ha un peso – fisico e simbolico.
Così ho scelto l’acciaio e ho lavorato con una finitura godronata, quella che trovi negli oggetti veri, quelli che non si rompono, quelli che hanno carattere.
È una lavorazione complessa, costosa, quasi anacronistica nel mercato attuale. Ma dona una robustezza tattile che non ha paragoni.
Quando impugni La Balorda, senti immediatamente che è diversa. Ha un peso, una presenza, una texture che il tuo cervello riconosce come autentica.
Quello che è venuto fuori non è una lampada da tavolo.
È un oggetto che può fare luce, sì, ma anche: restare accesa quando tutto si spegne, diventare un peso, un fermacarte, e all’occorrenza, anche grattarti la schiena.
Il punto sei tu, che scegli di accendere qualcosa di balordo. Non è la lampada a essere balorda. È chi la sceglie.
Perché, alla fine, La Balorda non è un oggetto che si adatta alla tua vita.
È un oggetto che ti osserva mentre la tua vita scorre.
E resta lì, sul tavolo, senza dir nulla.
Ma lei lo sa.